Esercizio terapeutico come farmaco dose-dipendente

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Esercizio Terapeutico come farmaco dose-dipendente
Gli ultimi vent’anni di studi clinici hanno dimostrato che in condizione di dolore cronico esiste una discrepanza fra il danno tissutale riscontrato nell’imaging e la presentazione clinica.
Questo significa che può essere presente un quadro di grave osteoartrite all’esame radiografico senza la presenza di dolore, oppure al contrario risultare una radiografia con immagini completamente normali ma con dolore severo riportato dal paziente.
Pur essendo consapevoli di questa discrepanza, i reperti di imaging, come le lesioni meniscali, le lesioni della cuffia dei rotatori e la degenerazione discale sono spesso interpretati come cause del dolore, innescando interventi medici e chirurgici.
Non sorprende perciò che gli interventi per rimuovere e/o riparare il tessuto come l’artroscopia, le cellule staminali o il plasma ricco di piastrine, non risultano spesso più efficaci nella riduzione dei sintomi rispetto a trattamenti placebo [1].
Alla luce della crescente preoccupazione per la sovradiagnosi, recenti revisioni sistematiche e meta-analisi di 63 studi condotti da Culvenor et al. riguardo a ginocchia completamente asintomatiche hanno rivelato che le caratteristiche dell’osteoartrite del ginocchio valutate alla risonanza magnetica (difetti della cartilagine, lesioni meniscali e osteofiti) erano comuni (fino al 60% in quelli di età> 60 anni) [2].
La loro prevalenza, invece di essere associata al dolore, era strettamente legata all’età. La maggior parte di queste caratteristiche, se valutate clinicamente, dovrebbero essere viste come le rughe sulla pelle – una parte normale dell’invecchiamento che in genere non richiede interventi terapeutici.
Si potrebbe teorizzare un rapporto inverso: anche se la presenza di artrosi non predice il dolore, la presenza del dolore potrebbe preannunciare la progressione dell’osteoartrosi.
Sorprendentemente, anche tale teoria è stata confutata nello studio longitudinale di Culvenor et al, dove sono stati monitorati con imaging pazienti 15 e 20 anni dopo la ricostruzione del legamento crociato posteriore [3]. Né la presenza, né la persistenza del dolore femoro-rotuleo negli anni post-operazione predisse alcuna differenza significativa nella comparsa dell’osteoartrosi femoro-rotulea a distanza di 15-20 anni [3].
Il dolore e la disabilità correlata, sono normalmente la preoccupazione principale per i pazienti che cercano un trattamento. La persistenza dell’esperienza del dolore in risposta a stimoli meccanici è spesso pensata per indicare carichi tissutali sfavorevoli, portando a interventi mirati allo “scarico” del tessuto per prevenire lesioni o degenerazione.
Contrariamente a ciò, scaricare i tessuti nel contesto del dolore muscolo-scheletrico può essere più problematico che benefico per la salute dei tessuti stessi. Ad esempio, a seguito di un infortunio acuto al ginocchio, che pone i giovani ad alto rischio di artrosi a esordio precoce, quelli che hanno effettivamente sviluppato l’artrosi hanno camminato con forze di contatto sul ginocchio con picco inferiore (2,10 N x peso corporeo) rispetto a quelli che non hanno sviluppato l’artrosi (2,89 N x peso corporeo) [4].
Inoltre, un terzo degli adolescenti che sviluppano dolore femoro-rotuleo sono sedentari [5].
Oltre al potenziale di terapia meccanica di carico (ovvero promuovere la riparazione/rimodellamento dei tessuti con l’esercizio terapeutico) [6], l’esercizio, sempre attraverso il carico sul tessuto, può anche avere effetti sensoriali acuti, migliorare il dolore modulando un sistema nervoso sensibilizzato attraverso i meccanismi di inibizione corticale [7].
Il dolore può persistere con carichi di tessuti sicuri, anche quando il dolore persistente mostra un comportamento “meccanico”; questo potrebbe rappresentare segnali precoci o non necessari da parte di un sistema nervoso sensibilizzato, ad esempio, il dolore femoro-rotuleo, spesso considerato di origine meccanica con maggiore dolore nelle attività che applicano un carico elevato sul ginocchio, è caratterizzato da iperalgesia locale e diffusa che indica una combinazione di meccanismi periferici e centrali che guidano il dolore [8].
Gli approcci alla gestione del dolore devono considerare non solo gli effetti meccanici dell’esercizio-terapia al fine di diminuire il carico tissutale, ma anche la progressione stessa del carico (meccanoterapia) la terapia neurosensoriale (sensibilizzazione modulante e controllo motorio) e la terapia cognitivo-comportamentale (es. sensazioni legate all’uso del corpo).
Il dolore non dovrebbe essere tipicamente una barriera per il carico su tessuti e articolazioni, ma è una considerazione clinica importante quando si pianifica quanto “carico” causerà un sistema nervoso sensibilizzato. Ad esempio, per i pazienti con dolore cronico al ginocchio e all’anca, un programma di carico progressivo (rafforzamento) ha comportato adattamenti sensoriali che hanno portato ad una considerevole diminuzione nel dolore indotto dall’esercizio [9].
Anche nelle situazioni di infortunio acuto, dove la tradizionale gestione in prima linea degli infortuni era il riposo (la R in RICE) oggi le linee guida sono ora orientate alla protezione e al carico ottimale (POL in POLICE) vedi articolo scritto sull’argomento [10].
C’è bisogno di controllo ma non di paura riguardo gli interventi graduali di carico progressivo per le persone con dolore muscolo-scheletrico persistente. I potenziali benefici in acuto per il sistema nervoso sensoriale, i benefici a lungo termine sulle proprietà meccaniche dei tessuti e la riduzione della degenerazione, nonché i benefici per la salute generale sono tutti preziosi. Anche in presenza di dolore muscoloscheletrico persistente, la progressione graduale del carico tissutale attraverso l’esercizio è probabilmente più amica del nemico.
Esercizio terapeutico: allenamento della forza come prevenzione dose-dipendente
Sei studi sono stati inclusi in una review e meta-analisi sull’allenamento della forza come prevenzione dose-dipendente [11].
I sei studio hanno incluso 7738 partecipanti con età compresa dai 12 anni ai 40 anni con 177 infortuni osservati [11]. Dei sei studi, quattro studi hanno analizzato infortuni acuti, uno infortuni da overuse e un altro infortuni vari.
Sebbene tutti e sei gli studi abbiano progettato interventi basati su metodologia e principi esistenti, i programmi di allenamento per la forza differivano notevolmente tra gli studi.
Il volume medio (quantità di esercizio), l’intensità media (misurata dal numero di possibili ripetizioni / set sotto forma di “x” ripetizioni massime (xRM)) e la durata media dei programmi furono rispettivamente 80,33 ripetizioni/settimana, 8,39 RM e 21.39 settimane [11].
I programmi riguardavano programmi di prevenzione di infortuni agli hamstring [12-13-14] o programmi di core stability a di tenuta in “allineamento” del ginocchio come prevenzione degli infortuni al crociato anteriore per un totale di 20 minuti di esercizi due volte a settimana [15] o programmi di lavoro eccentrico e concentrico dei muscoli dell’anca e degli estensori del ginocchio per prevenire dolore anteriore al ginocchio [16].
L’analisi statistica (meta-regressione) di tutti gli studi escluso quello di quello di Zouita et al [17] ha raggiunto una significatività per volume/settimana e intensità, ma non durata dell’intervento.
Ciò indica chiaramente che gli studi futuri e i programmi di prevenzione dovrebbero comprendere volumi significativi e intensità di allenamento della forza per aumentare l’effetto di prevenzione (senza causare aumenti troppo bruschi dei parametri di allenamento con conseguente rischio di lesioni da uso eccessivo e ricordando che è necessaria una fase e di “familiarizzazione” alla tecnica di allenamento).
Altri parametri che influenzano i risultati dell’allenamento della forza sono i tempi di riposo tra le serie, tempi di riposo tra le sedute (72 ore per i principianti), periodizzazione, range of motion utilizzato e la velocità di esecuzione [18].
Esercizio terapeutico: quantificare la dose-terapeutica e di movimento quotidiano
Quasi un terzo dei casi di lombalgia (LBP) può essere attribuito a fattori di rischio professionale [19]. Tuttavia, l’impatto degli interventi ergonomici sul luogo di lavoro sul verificarsi di LBP è stato generalmente deludente [19-20].
Degli interventi a livello individuale, solo l’esercizio per i muscoli della colonna e del torchio addominale sono risultati efficaci nella prevenzione del LBP [19].
Una rewiew e meta-analisi di Shiri et al [21] indica che per rafforzare i muscoli spinali in combinazione con stretching e/o esercizio aerobico possa ridurre la successiva insorgenza di LBP di circa il 30%, con abbassamento anche dell’intensità del dolore e della disabilità associata.
Tuttavia nello studio non sono state trovate alcuna indicazione che gli effetti protettivi fossero maggiori quando i programmi di allenamento venivano combinati con fattori quali ad esempio l’educazione sui disturbi della schiena e i principi ergonomici [21].
In contrasto con una revisione precedente [22], non sono state trovate prove evidenti di una riduzione delle assenze per malattia attribuita a LBP, e nessuna indicazione che gli effetti protettivi dell’esercizio erano migliori quando esso era stato combinato con l’educazione.
Questa nuova meta-analisi suggerisce che una combinazione di rinforzo e di esercizi di stretching o aerobici, eseguiti 2-3 volte a settimana, può essere ragionevolmente raccomandata per la prevenzione del LBP nella popolazione generale. La ricerca futura potrebbe utilmente concentrarsi sull’efficacia della promozione di esercizi spinali nel ridurre le richieste di assistenza sanitaria e l’assenza dal lavoro a causa della LBP [21].
Inoltre sempre riguardo al concetto di dose di esercizio risulta interessante una review e meta-analisi di Kuijer et al dove sono disponibili evidenze da moderate a alta qualità dove si evidenzia che la sindrome da radicolopatia lombo-sacrale può essere classificata come malattia correlata al lavoro a seconda del livello di esposizione alla flessione e alla torsione del tronco e al sollevamento e al trasporto di carichi nell’attività lavorativa [23].
Ciò fa riflettere sul fatto che l’elemento chiave nella prevenzione e gestione del dolore in particolare del rachide rimane l’esercizio terapeutico e considerare l’esposizione alla dose di movimento che il soggetto ha durante la giornata al fine di poter personalizzare in maniera adeguata la giusta quantità di esercizi da proporre al paziente.
Esercizio terapeutico: references
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